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    Categorie: Bambino

Il pianto del neonato: 3 spunti psicologici da tenere a mente

RUBRICA A CURA DEL DOTT. LUCA MAZZUCCHELLI, VICE PRESIDENTE DELL’ORDINE DEGLI PSICOLOGI DELLA LOMBARDIA, DIRETTORE DELLA RIVISTA “PSICOLOGIA CONTEMPORANEA, FONDATORE DEL CANALE YOUTUBE “PARLIAMO DI PSICOLOGIA”.

Tutti i neonati piangono: si calcola che nei primi tre mesi di vita, un bebè pianga circa due ore al giorno, e qualcuno anche più di tre ore. Dipendendo completamente dalle cure dei genitori e in assenza della capacità di parlare, il pianto è l’unico mezzo che i neonati hanno a disposizione per comunicare le loro esigenze: dalla fame, al sonno, al caldo, al freddo, all’insofferenza verso stimolazioni eccessive (come rumori o odori), al disagio fisico, al bisogno di vicinanza e amore, e così via.

Insomma, il pianto è un segnale che richiede una risposta e una presenza, è un comportamento innato, che compare a vario titolo in tutti i mammiferi, che permette al nuovo nato di garantirsi le attenzioni necessarie per la sopravvivenza. Di seguito, ecco tre spunti psicologici per comprendere meglio e rispondere adeguatamente al pianto dei neonati.

Dare un senso al pianto

Benché il pianto rappresenti il canale principe attraverso cui il neonato manifesta le sue necessità, nel primo periodo il bambino non ha gli strumenti psichici per comprendere lo specifico bisogno in cui versa. Piuttosto, il neonato sperimenta una generica e sconosciuta sensazione di tensione a livello somatico e psichico (sia essa dovuta allo stomaco che gorgoglia per la fame, alla percezione di eccessivo freddo o caldo, al senso di solitudine quando si sveglia e non trova la mamma accanto a sé, ecc.), una “mancanza” non ben identificata che necessita di essere colmata.

È qui che l’intervento della mamma si pone come fondamentale: ella dovrà essere in grado di individuare i bisogni del piccolo e dar loro un senso. Gli strumenti di comprensione a disposizione della mamma in questo primo periodo sono molti: pensare a quanto tempo è trascorso dall’ultima poppata o dall’ultimo pisolino, analizzare l’ambiente per capire se può avere caldo o freddo, o se può essere infastidito da qualche odore o rumore, e così via.

Quando una mamma, per esempio, identifica un bisogno, accoglie il pianto del suo bambino magari verbalizzandolo (“hai proprio tanta fame”) e gli offre il seno o il biberon, permette al bambino di trasformare un’esperienza inizialmente grezza e indistinta in un’esperienza con un significato (fame). Per dirla con le parole di Wilfred Bion, celebre psicanalista britannico, attraverso il pianto il bambino esprime sensazioni e bisogni sconosciuti, detti “elementi beta”; prendendosi cura di lui e dunque esercitando la “funziona alfa”, la madre gli consentirà di dare un senso e un nome a queste esperienze.

Decifrare il pianto

Se subito dopo la nascita tutti i pianti sembrano (e sono) in effetti molto simili, col passare del tempo, grazie ai progressivi interventi di significazione da parte di genitori, anche il neonato comincia a comprendere meglio i suoi bisogni e a comunicarli. Questo a suo volta permetterà alla mamma di comprenderne le innumerevoli sfumature: il pianto da fame, il pianto da stanchezza, il pianto connesso ad un malessere fisico e via dicendo.

Esistono sul web diverse guide che analizzano la tonalità e il ritmo del pianto nelle diverse situazioni per fornire alle mamme utili suggerimenti. Oltre a queste, al fine di interpretare al meglio i bisogni del bambino, le mamme possono fare affidamento al linguaggio del corpo del loro piccolo. Ad esempio, il pianto da fame sarà accompagnato da comportamenti quali tirare fuori ripetutamente la lingua, cercare di portarsi le manine alla bocca, ricercare il seno se viene preso il braccio.

Il pianto da sonno sarà caratterizzato da sbadigli, battiti di palpebre, sfregamento delle manine sul viso e inarcamento della schiena. Il pianto del bimbo che non tollera certi odori (come il forte profumo di chi lo tiene in braccio) si accompagnerà a movimenti di allontanamento dalla sorgente sgradevole, e così via.

Calmare il pianto

In considerazione di quanto detto, ne consegue che la modalità più efficace per calmare il pianto di un neonato è comprendere il bisogno che l’ha generato e dargli una risposta adeguata. Tuttavia, tutti i genitori vivono diverse occasioni in cui i loro bambini piangono in maniera acuta e talvolta inconsolabile pur senza una ragione.

In questi casi, vi sono vari metodi che possono essere sperimentati e che vanno a stressare un contenimento di tipo emotivo: cullare il neonato in modo ritmico passeggiando per la stanza (un istinto di quasi tutti i genitori che la ricerca scientifica ha mostrato essere uno dei rimedi più naturali ed efficaci per calmare il pianto), avvolgerlo in una fascia (il baby wearing, la pratica di “portare addosso” i propri  bambini con una fascia porta-bebè, non solo è un buon metodo per tranquillizzare i piccoli, ma una vera e propria tecnica di maternage per assecondare i bisogni di contatto, calore e affetto dei nostri figli), fargli ascoltare rumori bianchi (come quello del phon, dell’aspirapolvere o della lavatrice, che hanno un effetto calmante in quanto hanno un ritmo simile ai rumori del corpo con cui il bambino è entrato in contatto nell’utero materno).

Non sorprendentemente, tutte queste metodiche rimandano alla necessità assoluta da parte dei nostri bambini del contatto con le proprie figure di riferimento: prendere in braccio il neonato, tenerlo vicino a sé, coccolarlo e parlargli sono gesti fondamentali che, oltre ad aiutarlo a calmarsi, consentono di costruire un legame di attaccamento e sostengono uno sviluppo armonioso.

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